Alzi la mano quale genitore di adolescente, magari in preda ad un momento di rabbia, non ha pronunciato almeno una volta una frase del tipo: “Io ai miei genitori non parlavo così. Una volta queste cose non succedevano”, e via dicendo…

Beh, ci pensa Socrate a smentirvi.

Già qualche millennio fa, infatti, affermava: «I nostri giovani hanno delle cattive maniere, si fanno beffe dell’autorità e non hanno alcun rispetto per l’età. Nella nostra epoca sono dei tiranni, rispondono ai loro genitori, sono impossibili».

Magra consolazione direte voi, ma almeno sappiamo che un bel po’ di gente ci è passata prima di adesso e che l’origine dei comportamenti dei ragazzi non è da rintracciarsi nella società odierna, o almeno non del tutto.

Ma perché in famiglia è così difficile comunicare con gli adolescenti? E perché è così importante provare a farlo bene?

Innanzitutto comunicare non vuol dire semplicemente scambiarsi informazioni, piuttosto significa essere capace di condividere pensieri, esprimere bisogni, emozioni e sentimenti, raccontare esperienze. 

Per questo motivo la comunicazione è un vero e proprio collante delle relazioni.

Ciò vuol dire che la qualità del vostro rapporto con figli adolescenti dipende in larga parte dal modo in cui comunicate con loro, perché quando dite qualcosa a un figlio spesso state dicendo qualcosa su di lui/lei e ogni messaggio aggiunge un mattone alla relazione che state costruendo insieme.

Ma attenzione. 

Non è importante solo cosa si dice ma anche come lo si dice.

La comunicazione ha sempre una componente verbale (il contenuto che viene espresso a parole) e una componente non verbale (espressione del viso, postura del corpo, tono della voce…). Per comunicare in modo efficace è necessario che queste due dimensioni siano coerenti tra loro, altrimenti si finisce per inviare un messaggio ambiguo mettendo a disagio l’interlocutore e dando origine a litigi o fraintendimenti.

Questa è ancora più vero per gli adolescenti, che hanno bisogno di relazionarsi con adulti credibili di cui potersi fidare per far fronte ai grandi cambiamenti di quest’età.

Il tono di voce con cui ci rivolgiamo a loro rappresenta, ad esempio, uno strumento prezioso in grado di determinare gli esiti della comunicazione e relazione tra genitori e figli.

Diverse ricerche hanno evidenziato infatti che un diverso tono di voce è in grado di produrre differenti risposte a livello emotivo, comportamentale e relazionale

“Sarà pur vero ciò che dice, ma sono i toni ad essere sbagliati”. Quante volte abbiamo sentito dire o ci siamo sentiti dire questa frase?

Quando qualcuno ci parla con tono brusco e aggressivo automaticamente non ci soffermiamo sul contenuto del discorso ma sulle modalità utilizzate, valutando negativamente il nostro interlocutore.

Per non rischiare di intaccare la qualità della relazione con i ragazzi è fondamentale allora riuscire a modulare il nostro tono di voce: dimostrarsi assertivi e supportivi permette loro di sentirsi considerati e rispettati nei loro bisogni e questo, inevitabilmente, li predispone positivamente nei nostri confronti e all’ascolto delle nostre richieste.

Lo so, lo so… a volte di fronte agli atteggiamenti provocatori degli adolescenti sembra quasi impossibile poter mantenere la calma e rivolgersi a loro addirittura con un tono di voce pacato…

Per aiutarci a farlo, proviamo a capire meglio che significato ha per un ragazzo scontrarsi con i genitori e perché non può proprio farne a meno. 

Se per tutta l’infanzia mamma e papà sono stati visti come delle divinità intoccabili, gli eroi da ammirare incondizionatamente, in adolescenza tutto cambia: i ragazzi, per separarsi psichicamente dai loro genitori e individuarsi come persone, hanno bisogno di metterli in discussione, di distruggerne l’immagine ideale e vederli come essere umani imperfetti e fallibili.

Il conflitto tra genitori e figli durante l’adolescenza è quindi necessario per lo sviluppo dell’indipendenza dei figli, per creare una propria identità e una solida considerazione di sé stessi: l’intensità del conflitto vi dà una misura della fatica che vostro figlio sta sperimentando nell’intento di differenziarsi da voi. 

Per quanto difficile da sostenere come genitori, lo scontro è quindi inevitabile in questa fase ed è il modo in cui viene affrontato e gestito dagli adulti a fare la differenza, rendendolo o meno una sana esperienza di crescita.

Ogni nostra reazione è infatti comunicazione.

Il comportamento dei genitori tenuto durante un conflitto rappresenta un modello educativo: è compito del genitore, in quanto adulto, resistere alla tentazione di rispondere in modo aggressivo proponendo un comportamento più equilibrato e maturo. 

Solo così l’adolescente impara dallo scambio, sperimentando che può portare le proprie opinioni, e che queste verranno accolte, senza necessariamente dover alzare a dismisura i toni.

Questo modello, appreso in famiglia, verrà inoltre usato per gestire il conflitto in modo costruttivo anche in altri contesti e relazioni.

Per un genitore, confrontarsi con rispetto implica considerare il proprio figlio come una persona diversa da sé, con la sua capacità di pensare ed autodeterminarsi, aiutarlo a scegliere tenendo conto dei suoi bisogni piuttosto che fare scontro arroccandosi su posizioni rigide.

Spesso, invece, accade che i genitori cerchino di trasmettere ai figli le proprie idee e i propri valori, frutto della loro esperienza personale, senza essere disposti ad ascoltare le ragioni dei ragazzi. Non sempre però le soluzioni che hanno funzionato in passato sono le migliori nel presente; ogni adolescente ha una propria storia, è una persona unica diversa dai propri genitori e deve poter sperimentare le conseguenze delle proprie azioni per crescere e diventare autonoma.

È fondamentale, quindi, che gli adulti di casa trovino il modo di comunicare con gli adolescenti per essere prima di tutto ascoltati e poi per diventare efficaci in ciò che si dice, altrimenti il rischio è quello di intraprendere una lotta estenuante a volte senza un vincitore, che strema le parti in gioco e mina notevolmente l’equilibrio familiare.

Ma cosa si può fare nel concreto?

Innanzitutto sfruttare i momenti in cui non siete impegnati nelle vostre attività per chiaccherare con i vostri figli in modo informale, magari facendo qualcosa insieme a loro.

Diversi genitori riferiscono, infatti, che gli adolescenti si aprono più facilmente mentre fanno qualche lavoro domestico o quando sono in macchina, quando cioè sono fianco a fianco col genitore più che faccia a faccia. 

Non dilungatevi nelle discussioni. 

Parlare fino allo sfinimento, cercando di convincere il figlio delle proprie ragioni, può rivelarsi controproducente. Piuttosto dite la vostra e fermatevi lì. Date così l’opportunità ai ragazzi di metabolizzare quello che gli avete detto in un secondo momento, quando sono da soli e il vostro messaggio sarà pronto per essere recepito.

Infine, per comunicare efficacemente con i vostri figli dovete ascoltarli.

Per essere ascoltati è necessario infatti ascoltare.

Vi sembrerà un’ovvietà, ma è senz’altro una tra le più disattese di sempre.

Ascoltare davvero un ragazzo vuol dire offrirgli la vostra più completa attenzione, senza interromperlo, in modo da capire la vera natura del problema che vi sta portando: il vostro silenzio attento è per lui il segno che siete interessati a comprendere ciò che dice

Molto spesso accade che il figlio cerchi di parlare con il genitore, il quale anche inconsapevolmente, invece di ascoltarlo, gli fornisce immediatamente sentenze, consigli, rassicurazioni. O ancora può intervenire sminuendo i problemi del ragazzo solo perché più piccolo e alle prese con questioni considerate non gravi dall’adulto.

A volte quello che spinge i genitori a reagire in questi modi, è la fatica di vedere i propri figli adolescenti sofferenti, magari in preda ad emozioni spiacevoli quali la tristezza, la paura, la rabbia, dalle quali vorrebbero aiutarli a liberarsene in fretta.

Queste modalità di risposta rappresentano però delle vere e proprie barriere alla comunicazione, in quanto producono un blocco immediato nel flusso comunicativo.

Non piace a nessuno, nemmeno agli adulti, provare a condividere con qualcuno stati d’animo o esperienze che per noi hanno un valore e finire per sentirsi invece incompreso o peggio ancora giudicato.

Quello che possiamo fare è allora provare a resistere alla tentazione di intervenire per placare il nostro disagio, proponendo immediatamente ai nostri figli soluzioni, valutazioni, opinioni. Evitiamo di sostituirci a loro e cerchiamo invece di comprendere quali sono i sentimenti dei ragazzi e il significato del loro messaggio, per poi proporre la nostra decodifica senza aggiungere né togliere nulla ad esso.

È quello che si definisce ascolto attivo.

Una modalità comunicativa attraverso la quale si prova a vedere il mondo con gli occhi dell’altro riflettendo le sue emozioni e trasmettendo in tal modo empatia ed accettazione.

Scrive Rogers: «Quando qualcuno ti ascolta davvero senza giudicarti, senza cercare di prendersi la responsabilità per te, senza cercare di plasmarti, ti senti tremendamente bene. Quando sei stato ascoltato e udito, sei in grado di percepire il tuo mondo in modo nuovo e andare avanti».

Ecco perché è utile usare l’ascolto attivo con i figli adolescenti.

Perché li aiuta a prendere coscienza dei propri sentimenti e ad avere meno paura delle emozioni negative.

Perché trasmette fiducia aiutando i ragazzi a diventare più autonomi e responsabili.

Perché favorisce l’intimità tra genitori e figli, rendendo peraltro questi ultimi più ricettivi rispetto alle idee e alle opinioni dei genitori.

Si tratta di una tecnica che richiede impegno e costanza ma che può davvero contribuire a migliorare la qualità della comunicazione e quindi della relazione tra genitori e figli.

Provare per credere… buon ascolto!